In queste poche righe mi piacerebbe provare a spiegare che senso attribuisco alla nostra iniziativa antifascista. Innanzitutto, è evidente lo sdoganamento che le forze politiche attualmente al governo hanno fatto delle idee del ventennio, come dei simboli, delle parole e degli atteggiamenti tipici del regime. Altrettanto evidente però è che non tutta la popolazione accetta questi riferimenti. Probabilmente, anzi, quasi sicuramente, la maggioranza degli italiani non si sentirebbe a posto nel sostenere di appoggiare politiche esplicitamente riferite al fascismo (speriamo…). Eppure. Eppure c’è qualcosa che serpeggia, che si respira, quasi impalpabile, nell’aria. C’è come una tensione latente, una rabbia repressa, o qualcosa del genere, che ribolle appena al di sotto dei discorsi, delle chiacchiere, della normalità del quotidiano. C’è un malessere dovuto alla percezione che qualcosa sta cambiando. Cosa sta cambiando?

Sta cambiando la composizione della società, per esempio. C’è l’ingresso nella società italiana di nuove persone, nuovo sangue, figure lavorative e professionali che occupano posizioni, svolgono funzioni più o meno importanti ma che spesso neanche vengono riconosciute. Né le funzioni, né le persone.

C’è una trasformazione nel rapporto con il lavoro. Occorre abituarsi, per chi ha titoli sufficienti, a firmare contratti periodici, che garantiscono, e non sempre, una certezza economica e personale soltanto momentanea. Chi ha titoli sufficienti può costruirsi un buon curriculum, chi non ce li ha può solo mettere in fila un lavoro dopo l’altro, verso…verso cosa? Questo non lo sappiamo.

C’è un’economia retta da tecnici, gestita attraverso i numeri e disumana per definizione, poiché governarla significa, per questi tecnici, obbedire alle sue forze ed ai suoi numeri, senza riguardo per le persone. Si chiama liberismo, o neo-liberismo: l’opinione pubblica, come si chiama quella massa di luoghi comuni e di stereotipi spacciati dai media, lo conosce poco o niente, e men che meno sa come difendersene.

Ancora peggio, non c’è un modello, o un esempio, a cui rifarsi. Ma il cambiamento è questo. Ed è qui che subentra la paura, come credo sia qui che si stabilisce una particolare sintonia tra la condizione del presente e la cultura autoritaria del fascismo. Il fascismo è costituzionalmente nostalgico, perché in cuor suo si illude di essere una forza che ripristina una condizione di ordine e di splendore storicamente venuta meno. E’ un mito di riscatto e di salvezza attraverso la forza dell’autorità.

Mentre c’è chi, i più fortunati, ha i mezzi economici e culturali per cavalcare, o almeno difendersi, dai cambiamenti, c’è chi non ha tali mezzi. Allora, non resta che lasciarsi cullare nel mito di un’età dell’oro, mai esistita, in cui vi erano certezze e stabilità. E’ significativo che questa nostalgia non sia propria di chi quell’epoca l’ha vissuta in prima persona, ma appartenga più spesso a chi non ne ha sentito che parlare, o neanche, e soltanto se la immagina. Si finisce per vaneggiare un’ideale, spesso incoerente, di ordine, di chiarezza, di pulizia, di trasparenza e semplificazione del mondo. E’ un’ideale semplice perché promette semplicità in cambio di obbedienza, disciplina, decoro e di un occhio chiuso sulla violenza verso chi non può, o non vuole, obbedire. La cosiddetta questione della sicurezza, credo, la si può leggere in molti modi, ma anche così: è un atteggiamento fascista verso il presente, più che un ideologia o un progetto politico che coerentemente si richiama al ventennio.

C’è un aspetto particolarmente drammatico in tutto questo: la sicurezza, come l’età dell’oro, e forse anche la Rivoluzione, sono luoghi e tempi mitologici. Non sono condizioni possibili, esistenti o esistite, né nel passato né nel futuro. Sono idee che servono a camminare verso una meta. Come sempre, però, la meta vera è il cammino e ad un certo punto l’illusione si rompe, la meta appare per quello che è, un mito, e allora si comincia a guardarsi indietro.

Questa marcia verso la sicurezza non arriverà mai da nessuna parte, e quando il concetto sarà di dominio pubblico, bisognerà mettersi lì a contare i danni e leccarsi le ferite. Si scoprirà allora che nessuno sapeva, o si era accorto, o credeva che…. Ecco, credo che molti di noi vogliano opporsi a tutto questo anche contando, tenendo a mente, ricordando e denunciando le bugie ed il clima di invasamento, illusione e manipolazione collettiva che domina in Italia e regna anche a Siena in questi anni.

Ricordare il presente, a futura memoria, non è l’unico, ma è uno dei modi di (r-)esistere.


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